La barzelletta del giornalista, il Papa e il matto accanto che fa ridere da decenni

Ridere è una delle attività più antiche e misteriose dell’essere umano. Gli studiosi di neuroscienze hanno scoperto che la risata attiva il sistema limbico, la parte del cervello legata alle emozioni, rilasciando dopamina e abbassando il cortisolo — l’ormone dello stress. Ma cosa scatena davvero il riso? Secondo la teoria dell’incongruenza, ridiamo quando ci aspettiamo qualcosa e invece succede l’opposto. Non siamo soli in questo: anche i ratti e gli scimpanzé ridono, anche se in modo diverso da noi. Gli scimpanzé emettono un suono ritmico durante il gioco che ricorda moltissimo una risata umana. Nella storia, l’approccio alla comicità è cambiato radicalmente: gli Antichi Romani, per esempio, non disdegnavano l’umorismo, ma lo usavano spesso in chiave politica e sociale. Cicerone era celebre per le sue battute pungenti contro gli avversari, e nei Saturnalia anche gli schiavi potevano prendere in giro i padroni, sia pur per un giorno solo. Insomma, la risata ha sempre avuto un potere sovversivo. Ed è esattamente quello che accade nella barzelletta di oggi.

La barzelletta: il giornalista, il Papa e il matto accanto

Un giornalista entra in un manicomio per girare un documentario sui malati mentali. Il direttore gli suggerisce di cominciare con un paziente convinto di essere il Papa; il giornalista lo individua senza difficoltà, perché è vestito completamente di bianco e porta in testa qualcosa che assomiglia a una tiara pontificia.

Il giornalista si avvicina e gli chiede:

«Scusi, perché è vestito così? Tutto di bianco, con quella tiara in testa?»

«Perché, mio caro, io sono il Papa! Non lo vedi?»

«E quando è stato eletto?»

«Nessuno mi ha eletto. Me lo ha detto Dio stesso!»

E un altro paziente, lì accanto, interviene indignato:

«Chi, io?? Ma tu sei matto!!»

Perché fa ridere (e perché è più profonda di quel che sembra)

La struttura di questa barzelletta è un classico esempio di doppia incongruenza: non solo il primo paziente è convinto di essere il Papa per volere divino, ma il “dio” in questione è il matto accanto a lui — che, con perfetta coerenza interna, si indigna per essere stato citato a sproposito. Il meccanismo comico funziona perché la logica del secondo paziente è, nel suo mondo, assolutamente razionale. È lui a sembrare il più lucido, eppure è lì per lo stesso motivo.

Il colpo di scena finale ribalta completamente la prospettiva: chi giudica chi? È una domanda che, sotto la risata, nasconde qualcosa di più scomodo. Una piccola, irresistibile vertigine filosofica servita in tre righe.

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