Ridere è una delle attività più antiche e misteriose dell’essere umano. Dal punto di vista neurologico, la risata si attiva quando il cervello percepisce un’incongruenza tra ciò che si aspetta e ciò che accade davvero — ed è esattamente questo il meccanismo alla base di ogni buona barzelletta. Non siamo soli, però: anche i ratti, i cani e i primati emettono suoni simili alla risata durante il gioco. Gli scimpanzé, in particolare, ridono con un pattern respiratorio sorprendentemente simile al nostro. La differenza? Noi ridiamo anche di noi stessi. E questo, pare, ci rende unici.
Nella storia, l’umorismo ha sempre rispecchiato la società . Gli antichi Romani, per esempio, erano maestri dell’ironia sul sesso, sulla vecchiaia e sulla stupidità altrui — basta sfogliare i Fescennini o i graffiti di Pompei per capire che il livello era, diciamo, molto diretto. Nel Medioevo invece la risata era quasi un peccato. Poi arrivò il Rinascimento, e con lui il recupero dell’ironia come strumento intellettuale. Oggi siamo figli di tutto questo: ridiamo per sopravvivere, per connetterci, per sdrammatizzare.
La barzelletta: i vezzeggiativi di Andrea
Eccola qui, fresca e pronta per rovinare il tuo pranzo di lavoro nel momento sbagliato:
Due amici si incontrano dopo tanto tempo e, per aggiornarsi su tutto quello che si sono persi, decidono di pranzare insieme.
– Dai, vieni da noi. Mia moglie fa certi pranzetti!
– Va bene, accetto!
Durante il pasto, Andrea si rivolge alla moglie con una dolcezza disarmante:
– Amore mio, puoi portare la frutta?… Tesoro, anche i dolci!… Ah, cara, perdonami, anche il caffè. Grazie, gioia!
A fine pranzo, l’ospite guarda l’amico con ammirazione:
– Ma da quanto siete sposati?
– Da quindici anni!
– Caspita! È bello vederti così affettuoso con lei! Come fai a chiamarla ancora con tutti quei vezzeggiativi? Dev’essere proprio un grande amore!
– Mah, insomma… ad essere onesto, il vero motivo è che non mi ricordo più come si chiama!
Perché fa ridere?
Tutta la barzelletta costruisce un’aspettativa precisa: Andrea sembra il marito perfetto, romantico, premuroso, ancora innamorato dopo quindici anni di matrimonio. Il colpo di scena finale ribalta tutto con una sola battuta. Non è affetto quello che lo spinge a usare quei dolci nomignoli — è semplicemente un vuoto di memoria.
Il meccanismo comico si chiama sovversione dell’aspettativa: il cervello viene guidato verso una conclusione ovvia, poi viene spiazzato da una rivelazione assurda ma, a pensarci bene, fin troppo plausibile. Quindici anni di matrimonio, dopotutto, parlano da soli.
