Ridere è una delle poche cose che gli esseri umani fanno senza aver bisogno di un manuale di istruzioni. Gli studiosi la chiamano “incongruity theory”: ridiamo quando la nostra mente si aspetta qualcosa e riceve qualcosa di completamente diverso. È un cortocircuito cognitivo che il cervello risolve con una risata. E no, non siamo gli unici: i topi, per esempio, emettono ultrasuoni durante il gioco che i ricercatori interpretano come una forma primitiva di ilarità . I grandi primati? Ridono eccome, anche se con un suono che ricorda più un asmatico sotto sforzo che una standing ovation. Nel corso della storia, l’ironia ha cambiato bersaglio continuamente: gli antichi Romani ridevano soprattutto dei difetti fisici, degli schiavi e dei forestieri — Cicerone aveva persino codificato le regole della battuta nel De Oratore. Oggi preferiamo ridere di noi stessi, delle istituzioni e, quando capita, dei campanilismi regionali. Come in questa barzelletta livornese, dove l’accento toscano e l’orgoglio cittadino diventano un meccanismo comico perfetto.
La barzelletta: la vecchietta e la farmacia di Livorno
Una vecchietta entra in una farmacia di Livorno:
– Buongiorno, signora! Hosa posso fare per lei?
– Vorrei una schatola di aspirine!
Il farmacista va nel retrobottega e torna con una scatola enorme.
– Ecchola, signora!
– Ma chosì grande?… io.. io ne volevo una schatola picchola!
– Sa, noi di Livorno si fa tutte le hose in grande, ma non si preocchupi: hosta huanto huella picchola!
– Ah, allora va bene… Poi mi dia ‘na bottiglietta di alchole…
Il farmacista torna dal retro con un mega flacone.
– Ma io volevo ‘na bottiglina piccina…
– Ossignora! Le ripeto che noi qui a Livorno si fa tutte le cose ‘n grande! Ma non si preocchupi: hosta huanto huella piccina!
La signora titubante…
– Vole altro, signora?
– …Dè, mi servirebbero anche delle supposte ma… mi sa tanto che le vado a prende’ a Pisa!
Perché fa ridere? La spiegazione per i non toscani
Il meccanismo comico si costruisce su due livelli sovrapposti. Il primo è puramente fonético: l’accento livornese esasperato — con le h aspirate, le c trasformate in h, le parole “ingrandite” — crea un ritmo quasi musicale che predispone al sorriso già dalla prima battuta. Il secondo livello è narrativo: il farmacista ripete ossessivamente che “a Livorno si fa tutto in grande”, e la vecchietta, dopo aver accettato aspirine giganti e alcol in formato bidone industriale, tira fuori la conclusione logica più temuta da qualsiasi livornese doc.
Le supposte in formato Livorno? Grazie, no. Meglio fare un salto a Pisa — la città rivale per eccellenza — dove, evidentemente, le proporzioni sono più… gestibili. Il colpo finale funziona perché rovescia l’orgoglio campanilistico del farmacista trasformandolo in un boomerang anatomico. Ed è proprio lì, in quell’immagine mentale fulminante, che scatta la risata.
